01Attraversando il Marocco per partecipare alle iniziative legate a COP22, la Conferenza internazionale Onu sul clima,  abbiamo scoperto diversi movimenti marocchini di protesta, non solo riconducibili a quelli riuniti nella coalizione per la giustizia climatica.
In piazza infatti c’erano anche gli insegnanti, riuniti da sette mesi per protestare pacificamente contro il programma d’istruzione del governo. Questi hanno presieduto e organizzato le importanti giornate di discussione, confronto e attivazione all’interno dello spazio autogestito nell’università di Marrakech e, tra le altre cose, sono generalmente portatori di un  giudizio negativo sugli esiti di una COP22 – che doveva essere concentrata sull’ “azione” ma che si è persa giorno dopo giorno nel fiume di parole della diplomazia e nello spettro di Donald Trump – e della necessità della costruzione di un movimento globale per la giustizia climatica.

Camminando per la città e arrivando nella centralissima piazza di Jamaa el Fna si nota subito una zona chiusa, occupata da decine di persone e tende, con pavimentazione di cartone e tappeti necessari per facilitare il sonno nelle situazioni di forti escursioni termiche che caratterizzano questa zona del Marocco. Si notano cartelli e scritte in arabo, in francese, in spagnolo e in inglese che provano ad amplificare il messaggio sfruttando la presenza di tanti stranieri. Quel messaggio ci è suonato subito tristemente familiare: “La privatizzazione è un crimine contro l’insegnamento”.
È questo il cartello che ci convince ad entrare nella zona di protesta e provare a parlare con i manifestanti per capirne le ragioni.

“La polizia dice ai turisti che siamo rifugiati algerini, mentre le guide turistiche dicono che stiamo manifestando contro il cambiamento climatico”, ci spiegano subito alcuni manifestanti evidenziando da subito la loro lotta per il riconoscimento del valore della protesta che stanno mettendo in campo.
Scopriamo che sono tutti stagisti disoccupati, laureati alla Scuola Normale di Studi Superiori e che stanno protestando da oltre 7 mesi e che negli ultimi 25 giorni quasi 100 persone sono entrate in sciopero della fame all’interno della piazza più affollata della città a causa dei continui silenzi del governo.

La scintilla che ha fatto scattare la protesta, in un contesto di istruzione pubblica definanziata e mercificata, è stato un intervento governativo volto all’assunzione di docenti per le scuole superiori attraverso un meccanismo contrattuale assimilabile al settore privato e basato, come previsto dalla nuova costituzione, sul merito: un trend che evidentemente non appartiene unicamente ai processi di precarizzazione e mercificazione dei saperi e dei luoghi della formazione in Europa.

02Chiediamo l’integrazione di 11.000 professori nella scuola pubblica, quelli individuati dal governo non sono sufficienti” – ci spiega una delle voci del movimento – “Il ministro vuole spingere verso la privatizzazione della scuola ma noi non ci stiamo.”
Chiedono che vengano valorizzati i loro studi all’interno della scuola normale provando a contrapporre al merito da “performance” previsto nei contratti governativi,  un’idea di merito da “conoscenza” che possa spingere a rivitalizzare il settore pubblico dell’istruzione costantemente sotto attacco.
03
Gli chiediamo, infine, cosa pensano della Cop22 e del principio di responsabilità, che è uno dei temi al centro delle trattative che vedono i paesi del “Sud del mondo” rivendicare la priorità di utilizzo del Fondo verde per il clima per le politiche di adattamento.
Siamo tutti responsabili del cambiamento climatico ed è essenziale che la difesa di questo pianeta sia di tutti perché è difesa alla vita”, e aggiungono 04“ci sono delle scelte oscure che minacciano il futuro dell’umanità, ma siamo intellettuali e crediamo fortemente che si debba cambiare il nostro stile di vita per poter salvare il pianeta”.

Una compresenza di temi che dimostra come l’influenza della mobilitazione sui cambiamenti climatici contamini anche altre forme di attivazione nell’idea più generale di “giustizia climatica e sociale”, una delle parole d’ordine del corteo del 13 novembre scorso.

Gli abbiamo chiesto se avessero dei supporti, se si sentivano soli. Ci hanno risposto che questa mobilitazione è sostenuta dai sindacati nazionali marocchini, come la Confederazione Nazionale del Lavoro (CNT) e l’Unione Marocchina del Lavoro (UMT), ma anche da alcune realtà internazionali come Via Campesina. Ed è proprio la visibilità della loro battaglia il primo obiettivo che si stanno ponendo e che li ha spinti a chiederci di far sapere a quante più persone possibile della loro lotta di dignità e coraggio che si svolge in quelle piazze Nord Africane, troppo spesso dimenticate e da cui invece ci sarebbe tanto da apprendere.

Tutto questo ci spinge a dire che evidentemente la lotta contro le privatizzazioni della formazione, la mercificazione della conoscenza e per l’accesso al sapere non può avere frontiere né confini: il fatto di aver svolto queste interviste il 15 novembre 2016, nelle giornate internazionali degli studenti e delle studentesse, ci indica ancora una volta la necessità di costruire connessioni reali tra le due sponde del Mediterraneo, per riconoscerci come parte di un unico tessuto sociale in mobilitazione per la costruzione di un altro mondo possibile.

2017-01-08T01:14:17+00:00