Si sa. I treni sono come l’estate. Avvicinano le persone per la durata di un tempo fuggitivo e insolito. Le tengono vicine, le spingono a parlarsi, le invitano a intravedere nel fondo degli occhi dell’altro qualcosa che si pensava non si potesse mai vedere. Mantenere il ricordo una volta tornati è difficile, per quanto incredibile possa essere stato il nostro viaggio. Perché i ricordi sbiadiscono, la vita di tutti i giorni riprende il sopravvento e si va avanti.

Noi abbiamo viaggiato con una sola passione: quella di guardare in faccia la realtà. Più di 3000 km, tagliando il Nord Europa con altri 650 ragazzi provenienti da tutta Italia. Tante le domande. Poche le risposte.

«È finito un viaggio. Forse sarà solo un giro di giostra. Forse no.» dice qualcuno.
«L’orrore è stato troppo grande. Ma quando è diventato enorme, eravamo di più» dice qualcun altro.
Questo è stato il nostro viaggio ad Auschwitz.

Abbiamo visto la degradazione dell’uomo. Il volto dell’oppresso e dell’oppressore. La fabbrica della morte e dello sfruttamento. Abbiamo calpestato il cimitero degli elefanti. Ci siamo gettati nella Storia. “Sepolti in casa” da un passato sconosciuto. Come un film su Real time.

Ci siamo commossi, arrabbiati, consolati. Abbiamo detto: “non ce la faccio! ”, “non può essere!”, “come è stato possibile?”. Abbiamo usato la risata. La forza sbilenca dell’ironia. La bellezza dello stare insieme. Senza “prenderci sul serio”, abbiamo cantato. Abbiamo conosciuto. E la conoscenza è diventata condivisione. Unica arma contro la rassegnazione.

Condividere. Che bella parola! Dividere-con. Con chi? Con gli altri. Un vivere insieme, riconoscersi, mettersi a disposizione, intervenire efficacemente qui e ora. Quante volte abbiamo condiviso senza alcuna autenticità.

Quante volte abbiamo usato questa funzione con l’illusione di moltiplicarla. Ma in questo viaggio, non esiste il “condividi” o il “commenta”. Non esiste il “rimuovi post” o il “mostra a tutti”. È successo. Ed è nostro. Irripetibile.

Oggi torniamo nelle nostre tiepide case. La vita continua. Si guarda avanti. Ma arriverà il momento di come dire ai nipotini l’indicibile. È questa una responsabilità. Un privilegio. I testimoni della Shoah stanno scomparendo e ci lasciano la palla. “Meditare ciò che è stato” sarà un esercizio difficile.

Allora, facciamo che questa memoria non sia solo un “salva con nome” o un “ripristina”. Un nastro magnetico vuoto, una memory card per evitare il game over. Facciamo che questa memoria diventi impegno e cambiamento. A partire da Novara.
Che gruppo saremo, si vedrà. L’intimità ha bisogno di confidenza e la confidenza richiede tempo e pazienza. Ci siamo gettati insieme. Questo è stato lo spirito del “gruppo L”. Questo è lo spirito di SerMais. Essere di più, con gli altri. Nessun escluso.

È finito un viaggio. Ne inizia un altro.

Tanti auguri ragazzi!

I vostri animatori

2017-02-16T18:08:32+00:00