Dopo Auschwitz, il Gec di Sermais s’imbarca in un nuovo viaggio. Questa volta a nordest. Una tre giorni di formazione, di incontri e movimento per inaugurare il nuovo anno sociale. Da Prosecco a Redipuglia. Da Monfalcone a Trieste, fino agli altopiani del Carso. Il nordest è un osservatorio privilegiato, dal quale guardare meglio noi stessi e l’Italia.

Già. Si fa presto a dire nordest. Ma questa è solo un espressione geografica, un nome per l’orientamento minimo. Ogni luogo ha una particolarità e per comprenderla, la geografia non basta, occorre la storia. Con tutte le loro differenze (e non sono poche) c’è molto ad accomunare a queste terre.

Queste furono le zone della grande guerra, così come la vissero gli italiani. La “guera granda” nella parlate venete. Qui ci fu il fronte e le grandi mattanze, la ritirata di Caporetto, il profugato di massa (oltre seicentomila i civili sfollati) e, infine, la controffensiva. Le cicatrici pulsano ancora forti e noi ci siamo dentro. Alla ricerca di un passato che è ancora presente. Viaggiamo per studiare, intervistare, mappare e scrivere.

Primo giorno

Arriviamo a Trieste, la sera del 2 Settembre. Incontriamo l’associazione Rime, compagni di viaggio del We Care. Da un paio di anni i ragazzi promuovono il “Meridiano d’Europa”, un percorso rivolto ai giovani per sviluppare integrazione e cittadinanza attiva in Europa.

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Ci sediamo sul lungomare per una lunga chiacchierata. La Slovenia e la Croazia ci abbagliano da est, come luci del Luna Park. I ragazzi ci raccontano Trieste: la vita in città, tra vizi, e virtù, politica e mondanità in salsa friulana. Un lungo reportage nonciclopedico, dove lo humor non manca.

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Un tempo si diceva le Tre Venessie. Dio no xe furlan.” Ci dice Anselmo.

Qui non si parla più di Friuli. E guai dire friulano ad un triestino!” In passato, per indicare queste zone nel loro complesso, si usavano espressioni italocentriche. La Venezia Tridentina, corrispondenti alle attuali province di Trento e Bolzano. La Venezia Euganea, corrispondente all’attuale regione Veneto, più le attuali province di Udine e Pordenone. La Venezia Giulia, che andrebbe da confini occidentali all’attuale provincia di Gorizia fino alla Dalmazia, includendo Trieste, tutta l’Istria e il Quarnero. Poi gli anni d’oro. Il glorioso Impero Austroungarico e la Mitteleuropa.

Qui l’austronostalgia è di casa. Su facebook il nickname più utilizzato è Francesco Giuseppe” afferma Eleonora. L’imperatore d’Austria, che regnò sul Veneto e Friuli occidentale fino al 1866 e sul resto dell’attuale nordest, fino al 1916 è un mito. Come Che Guevara.

Trieste è una città senza storia. I triestini sono un popolo di nostalgici. Nostalgici dell’Austria e della Mitteleuropa, stufi dell’Italia. I motivi di questa nostalgia sono diversi. Queste zone subirono l’irredentismo, l’italianizzazione forzata e il fascismo. Con l’annessione all’Italia, Trieste non fece un buon affare. Da porto franco più importante dell’impero, diventò un porto tra i tanti, in posizione marginale rispetto alla nuova madrepatria. Da capitale commerciale dell’impero, vivacemente multietnica e plurilingue, Trieste divenne una città italiana di estrema provincia, per giunta in preda ad ansie sulla propria identità. Ansie che sebben attenuate, perdurano tutt’oggi.”

Poi c’è tutta un’altra questione che riguarda la convivenza tra culture e il fascio- leghismo imperante: tenemo una città de vegi che le giran i bacoli quando xe parla d’Austria! Non gli puoi parlare di albanesi e cosovari che diventano subito aggressivi” dice Anselmo.

Questa nostalgia per l’ impero, semplicistica, reazionaria e ridicola quanto vogliamo, a volte ha motivazioni non peregrine e fondamenti reali.

C’è una mentalità che è persistente, che rimane sottotraccia. Non a caso, questa fu la città in cui il duce presentò agli italiani le leggi razziali. Era il 18 Settembre 1938. Ma le leggi contro sloveni e croati erano già ufficiali, anche se pochi lo fanno notare. https://www.youtube.com/watch?v=GbVjidz4Wj0

I ragazzi ci spiegano che il multiculturalismo non è tutto rosa e fiori. Oggi basta guardare i profili facebook dei “neoindipendentisti”, leggere le invettive contro i senegalesi, i nordafricani, “quei dei barconi“, “le merde che riva de l’africa” e così via. Una specie di “TLT” (Terirritorio Trieste Libera) di ritorno. Per l’appunto, nell’estate del 2015 la sigla Sicurezza Trieste Libera organizzò un presidio e veri e propri giri di ronda contro “scritte dappertutto, sporcizia, mendicanti“, perché era ora di “fare pulizia“. La frase “non è questa la multietnicità che vogliamo” chiariva che per “sporcizia” s’intendevano gli immigrati.

E così, quando in queste terre si manifestano fenomeni “strani”, spiazzanti, il paese cade dalle nuvole. Tra queste, la richiesta strampalata del sindaco Roberto Dipiazza. Nel 2014 Dipiazza chiese ai vigili urbani di diventare “guardia civica”, dotarla di armi e storditori elettrici. “Roberto Dipiazza è il prodotto di questa mentalità”, ci spiegano i ragazzi. Eletto per la terza volta sindaco di Trieste, grazie al suo modo di fare genuino e diretto, Dipiazza è considerato un mito. Una specie di Kaiser 2.0. Su Facebook così come su altri siti internet spopolano le parodie sulla sua figura.

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Ma a Trieste, la nostalgia per la polizia asburgica ne nasconde un’altra ancor più lercia: quella per le SS.

Dal 10 Settembre 1943 al 1 maggio 1945, Trieste fu annessa de facto al terzo reich. I nazisti sapevano bene che la borghesia triestina rimpiangeva gli affari di un tempo, così giocarono la carta dell’austronostalgia: animo brava gente! Trieste torna ad essere il porto di un terzo reich!

A Trieste furono mandati alti ufficiali austriaci, come il carinziano Friederich rainer, Obester Komissar della zona operazione litorale adriatico, e addirittura di origine triestina, come il comandante delle SS Odilo Globocnik, che in città istituì il lager di San Sabba.

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2° giorno

Visitiamo “La risera” la mattina del 3 Settembre. E’ rimasto poco di quello che fu il primo campo di concentramento in Italia. Come Fossoli, Bolzano Sud-tirolo e Borgo San Dalmazzo, qui trovarono la morte più di 2000 persone.

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La risiera è una basilica a cielo aperto. All’ingresso, mura in cemento armato alte undici metri, ci accolgono come pellegrini al giubileo. Le impronte del camino lasciano spazio alle installazioni di Romano Boico. Le travature scavate e scarnificate creano uno clima silenzioso e inquietante. Visitiamo le celle, la sala delle croci e delle deportazioni. I nostri sguardi si perdono nel vuoto e tornano i brividi di Auschwitz.

Alle 17.00, raggiungiamo località “Bazovica” (a 377 metri di altitudine) per una visita alla foiba più famosa d’Italia. Un ex pozzo minerario alto 228 metri. Finita la guerra, le foibe furono utilizzate dai partigiani jugoslavi per l’occultamento di cadaveri di italiani e tedeschi.

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Il museo è chiuso. Chiediamo ad un motociclista di scattarci una foto. Il suo viso è contratto, di una tristezza devastante. Ci dice che questo è l’unica foiba a cielo aperto: “una pietra nel cuore” . Camminiamo verso il pozzo. Nessun fiore adorna il camposanto. Solo ciottoli di granito e monumenti in marmo. Sui lati, spunta l’erba giallastra a causa della siccità del Carso. Siamo nelle viscere fredde di un arca che non prenderà il mare. Ognuno per la sua strada. Ognuno con la sua pietra nel cuore. Fantasmi sulle montagne.

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Torniamo in città. Passeggiamo in piazza Unità d’Italia e guardiamo il municipio. Il palazzo da cui parlò Mussolini. Oggi sventola una bandiera di Amnesty international dedicata a Giulio Regeni. Pare un gioco del destino, ma è così. Da Trieste al Cairo la Storia procede. Le dittature traslocano, cambiano colore, come statue al tramonto.

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Prendiamo via san Nicolò per visitare la biblioteca Saba. Ci accoglie uno dei migliori amici del poeta Triestino. Ci racconta gli aneddoti più intimi e noi lo ascoltiamo come fosse un oracolo. Qualcuno guarda i libri, qualcuno gli scaffali che sembrano venirci addosso. Qualcun’altro legge il suo primo canzoniere:

Ho attraversato tutta la città. Poi ho salita un’erta, popolosa in principio, in là deserta chiusa da un muricciolo: un cantuccio in cui solo siedo; e mi pare che dove esso termina termini la città. Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace,è come un ragazzaccio  aspro e vorace,con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore;come un amore con gelosia.

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Usciamo per cercare una ristorante. Ci fermiamo al Bierstube di Viale Verdi. Ci affoghiamo di birra, Kaiserschmanner e altri piatti tipici. Ci sentiamo slavati da una giornata lunga e sporca. I pensieri sono come mutilati, ma forse è stanchezza. Forse i dolci. Per non sbagliare, torniamo al Campo Sacro. Ed è subito sera.

3° giorno

Seguiamo via San Francesco per la Sinagoga. Inaugurata nel 1912, la sinagoga di Trieste è considerata tra i maggiori edifici di culto ebraici in Europa, seconda per dimensione solo al Tempio di Budapest. All’ingresso veniamo abbagliati da rosoni romani e i disegni in stile orientale-sefardita. Un’ architettura a simbolizzare lo spirito della Trieste multireligiosa.

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Un periodo dove si sperimentò la pacifica convivenza tra cristianesimo, ortodossi e cultura ebraica. Poi, negli anni quaranta, l’inizio di un incubo. Con l’avvento del fascismo e la successiva applicazione delle leggi razziali, si impose la chiusura della Sinagoga. Con l’occupazione tedesca, il colpo di grazia. Il Tempio fu danneggiato e ridotto a deposito di libri e di opere d’arte trafugate dai nazisti. Usciamo. Fuori il caldo è infernale. Alle 13.00, mangiamo un ultimo boccone sul lungomare. Qualcuno fa il bagno, ma è tardi. Bisogna tornare.

Dal finestrino la pianura padana sembra bruciare. Sull’autostrada la testa diventa una matassa di nodi. Quei nodi, nessuno può tagliarli a fil di spada. Vanno sciolti con pazienza, uno a uno. Troppe storie. Troppi luoghi. Il nordest si addentra nel centenario con un misto di memorie rimosse, tensioni culturali, incertezze identitarie ed eredità inconfessate. Non si può che ripartire da qui. Con le ferite che ci ha lasciato, le rimozioni che ancora ci plasmano, le contraddizioni per troppo tempo negate, le macchine mitologiche da smontare.

Sapremo sciogliere questi nodi? Sapremo fare i conti con questi intrichi di identità? Sapremo curare le nostre memorie?

Il viaggio è appena iniziato. Mettiamoci a lavoro. Sono parte di noi, questi tramonti a nordest.

2016-09-12T22:55:32+00:00